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25 Giugno 2005 - Il Cacao della domenica
Lettera a chi se la sta vedendo brutta


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Lettera a chi se la sta vedendo brutta

(Non si può immaginare un mondo migliore senza pensare a come affrontare il dolore in modo nuovo)

I fatti che hanno recentemente colpito la mia famiglia mi hanno portato a pensare molto. E pensando e ripensando a quel che è successo, a come affrontarlo, mi sono reso conto che sono sprovvisto, che siamo sprovvisti, di un modo di affrontare il dolore. Ognuno deve improvvisarsi il suo, lì al momento.
Non so se si capisce cosa voglio dire, mi sembra come di parlare attraverso un vetro, ho paura che il senso di quello che voglio dire non arrivi. Probabilmente chi in questo momento sta soffrendo per un trauma recente mi capisce bene. Più difficile se invece ti trovi che tutto va bene.
Quello che voglio dire è che davanti al dolore tuo o quello di una persona che ami non sai proprio come comportarti.
Non sto facendo un discorso filosofico da professorone. Parlo terra terra.
In questi giorni mi sono accorto che non so un cavolo del dolore. Del mio. Del tuo.
Non so cosa si dice a una persona che soffre. Ho difficoltà a reggere la quotidianità dell'angoscia latente. Vorrei fuggire. Non so come essere utile...
Non so se riesco a comunicare una cosa così semplice.
So tutto di come ci si comporta a tavola, come si organizza una manifestazione, come si scrive un libro...
E non so niente di una cosa così importante come affrontare il dolore.
Sono andato a scuola per tredici maledettissimi anni e questi pazzi mi dicevano che mi formavano alla vita e non ho sentito una sola lezione sul dolore.
A meno che non vogliate considerare "preparazione al dolore" quelle quattro fregnacce raccontate da professori di religione che ripetevano il catechismo a macchinetta.
E d'altra parte neanche nelle centinaia di ore di scuola quadri di partito mi sono trovato a sentir parlare di come affrontare il dolore.
La mia sensazione è che si tratti di una questione culturale profonda, basilare: è importante capire che la nostra cultura, l'umanità del 2000, quella che è andata sulla luna e possiede mostruosi cellulari multifunzione, non ha ancora elaborato un'idea di come affrontare il dolore.
La nostra società si è cristallizzata intorno alla rimozione del dolore, al far finta di non vederlo. Il nostro "sistema" è improntato sull'anestesia, sul non vedere, non farci caso: "Cosa vuoi fare...Cerca di pensare a altro".
Ma non si riesce a pensare ad altro.
E non sai come comportarti nelle piccole cose: è meglio parlare? Stare zitti?
Abbracciarsi? Lasciare all'altro i suoi spazi?
E soprattutto dove le trovi le parole per confortare? I ragionamenti che possono dare senso o quantomeno rendere vivibile il dolore?
Non ho soluzioni. Solo mi sembra di aver capito che questo mondo migliore che vogliamo costruire non può neanche essere immaginato se non si parte da questo punto.
Qualche sera fa al telegiornale ho visto il Presidente Ciampi appuntare la medaglia al valore al petto della vedova di un carabiniere ucciso. Questa donna piangeva mentre il Presidente seguiva il cerimoniale austero dell'onore agli eroi.
Certo, meglio questo di niente. Ma mi è sembrato assurdo quel che succedeva. Quelle migliaia di persone, quegli uomini in alta uniforme, schierati perfettamente, tutti sull'attenti.
E' questo di cui avevano bisogno quelle famiglie schiantate dal dolore?
E nel nostro mondo migliore come potremmo dare di più, essere più vicini a queste persone?
Faccio così fatica a scrivere questo discorso...
Ma una cosa forse la si può dire in maniera semplice: abbiamo bisogno di affrontare questo nodo. Sennò qualunque altro discorso è privo di senso.

La vecchia cultura, la cultura che rifiutiamo, quella che crea le guerre e la fame, ha una sua mistica del dolore.
Tutte le religioni sono state create per questo.
Il cristiano, il musulmano o il buddista possiedono un racconto del mondo che quantomeno giustifica e consola. Dio, o il Principio Creativo, contengono un'infinita saggezza e agiscono comunque e sempre per il bene. Il dolore che ti colpisce ti serve per mettere alla prova la tua fede o per purificare il tuo karma. Sono uno strumento per elevarti. Uno strumento misterioso. Non c'è niente che puoi comprendere perché la tua mente è incapace. Quindi abbandonati, arrenditi, lascia che il dolore ti travolga.
Negli ascensori dell'ospedale San Raffaele di Milano c'è scritto "Qui si celebra il rito del dolore".
Il cristiano, il musulmano, chi segue la fede di Abramo o di Zarathustra, il buddista e buona parte dei seguaci della new age sciamanica, davanti al dolore possono arrivare a smettere di chiedersi "perché" e accettare che è così e non c'è niente da capire, solo da piegarsi alla volontà di Dio o del Principio Creativo.
Noi progressisti di matrice laica abbiamo rifiutato questo modello ma non ne abbiamo trovato un altro.
Invece avremmo dovuto non solo avere un'idea ma inventare modi nuovi e migliori di affrontare il dolore.
Non ho soluzioni da proporre. Registro questo vuoto di alternative.

In effetti però ci sono stati alcuni, tra quelli che hanno sognato un mondo migliore, che hanno anche prodotto qualche cosa a proposito di questa necessità umana.

Penso ad esempio a Patch Adams.
Il grande insegnamento che ci ha regalato con la sua azione è stato proprio il coraggio di affrontare il dolore con leggerezza, di condividerlo senza celebrarlo come "regalo divino". Attenzione, l'idea della comicoterapia non si basa solo su quattro risate.
Si tratta di un'azione molto più complessa. Stare accanto a un moribondo vestiti da angelo con le alucce, suonando l'arpa e cantando filastrocche assurde è, per Patch, qualche cosa di più che la semplice affermazione della positività del comico. Dietro c'è una scelta imponente di misurarsi con il dolore affermando la forza e il valore sacro del gioco proprio nei momenti più drammatici della vita.
Durante i due convegni di Alcatraz con Patch, siamo tutti stati travolti emotivamente proprio da questo modo diverso di affrontare il dolore.
Patch non accetta il rito del dolore, non gli riconosce valore positivo.
Ma non lo sfugge, affronta il dolore cercando ritualità semplici, infantili, per cambiare il contorno della sofferenza.
Vestito da claun, mentre cercava di divertire tutti, arrivò all'improvviso a dirci che prima di mettersi a lavorare con i malati, passava una mezz'ora in una stanza, da solo, a guardare le foto di tutti i bambini con i quali aveva giocato a fare il claun e che poi erano morti. Meditava sulla loro morte fino a piangere e poi usciva e andava a fare il buffone. Questo racconto mi sembrò allora incomprensibile... Addirittura in contrasto con la filosofia della risata. Lo trovo ancora eccessivo ma ora, scrivendo, credo di aver capito il senso. Patch dopo le esperienze tremende che ha vissuto è arrivato alla conclusione che il dolore debba travolgerci per costringerci a creare. In questo non c'è esaltazione del dolore. Non c'è niente di buono nel dolore ma il dolore esiste, misteriosamente fa parte della realtà. In qualche modo devi affrontarlo e devi scoprire come rialzarti dopo che ti ha abbattuto. Non puoi batterlo, puoi solo fare come l'acqua che sbattendo contro le rocce acquista velocità e diventa schizzi e schiuma.
(Attenzione: il dolore non è necessario per essere creativi!!! Si crea meglio dopo un meraviglioso amplesso sessuale che dopo un lutto!!!!)

Ho un altro ricordo, durante la conclusione del primo convegno: Gabriella aveva il padre che stava morendo.
Patch chiese a tutti di dedicare un pensiero d'amore a lei e a suo padre e poi di abbracciarla. Un centinaio di persone si strinse intorno a Gabriella, una specie di grande tartaruga di abbracci.
E in quell'abbraccio abbiamo conosciuto la catarsi, questo fenomeno magico nel quale si trascende il dolore, in qualche modo ci si arrende e lo si stravolge contemporaneamente.
Piangevamo tutti come fontanelle. Una scena assurda anche perché moltissimi erano truccati da claun, coi nasi rossi, quasi nessuno vestito da persona normale.
E di nuovo abbiamo vissuto momenti di catarsi con i ragazzi di strada di Bucarest, diventati claun con Miloud. Piangere ascoltando i loro racconti di violenze e dolori indicibili, subito dopo averli visti fare capriole, gag e numeri di giocoleria fu un altro modo per condividere...
Questo credo sia importante: oggi conosciamo la possibilità di affrontare il dolore con uno spirito diverso. Non vogliamo più esaltare il dolore, santificarlo.
Il dolore è orribile ma esiste e può essere limitato, circoscritto, curato solo trasformandolo da individuale a collettivo, da momento di dolore a momento di reazione fantastica, immaginifica: la magia del gioco, la perdita di controllo razionale insita nel comico sono modi per trasformare il dolore, senza negarlo. Trasfigurarlo affermando nella sacralità del ridere il primato della vita sulla morte. La vita, comunque, è.
Ma questo è solo un brandello di quello che ci serve.
Un brandello importante, intendiamoci.
Chi possiede questo strumento culturale si trova a vivere il dolore da un altro punto di vista. Non che si soffra di meno. Si soffre diversamente.

Ma c'è dell'altro che dobbiamo dire.
Quando penso alla misura che il dolore assume in certe tragedie resto basito.
Provo vertigini, impossibilità di ricomporre un giudizio sul mondo.
Non c'è modo di accettare.
Ho letto, in un romanzo di Michael Connelly, di un neo padre che dice (cito a braccio): "E' la cosa più bella e più brutta che mi sia successa. Essere padre è meraviglioso ma è come avere una pistola puntata alla testa perché sai che se succedesse qualche cosa a tuo figlio la tua vita sarebbe distrutta."
Questo è il problema col quale fare i conti.
Dopo una disgrazia possiamo continuare a vivere? Dobbiamo continuare a vivere?

E credo che sia necessario partire proprio dalla vertigine davanti al dolore. Da quella sensazione di impossibilità di capire che ti lascia senza respiro.
Cosa fare?
Scarto a priori l'idea di dovermi suicidare, diventare pazzo, chiudermi in una sindrome autistica.
Non accetto neanche la via di cercare di dimenticare alla svelta negando il ricordo e negandomi il diritto a piangere.
Scartare l'idea della celebrazione del sacrificio mi viene altrettanto spontaneo.
Mi resta però la necessità di riuscire a sopravvivere al dolore.
Mi trovo così a fare i conti col più antico dei problemi.
Per rispondere a questa angoscia è nato tutto, il teatro, la musica, l'arte, il sacro, il concetto di amore. E' una questione che non posso far finta di non vedere.

Quanto detto fin qui contiene una traccia.
E allora cerco nella mia memoria qualche cosa che io abbia letto o ascoltato per cercare di dare un contorno, un territorio mentale a questa idea.

Marx, aveva dedicato qualche riga alla questione.
Nei suoi "Scritti Giovanili" c'è un breve articolo che argomenta sulla differenza tra comunisti e cristiani e l'accusa di materialismo.
Marx dice grossomodo: i cristiani credono in un paradiso e in un inferno, un premio e un castigo. Questo è un modo materialista di vedere il mondo. I comunisti credono invece in un senso positivo insito nell'universo, credono in un "senso della storia". L'avventura di tutti gli esseri umani come un unico percorso "spirituale" verso la creazione di un mondo giusto che consenta agli esseri umani di vivere degnamente.
Marx e Engels dedicano tante energie a descrivere le società matriarcali primitive creando una sorta di Eden laico, essenziale per ricomporre un senso del dolore dei popoli sotto il tallone delle ingiustizie.
L'umanità dei primordi viveva una beatitudine selvatica e istintiva, liberi da ogni tabù gioivano del mondo. Ma, pungolati dai pressanti bisogni materiali, comunque fonte di sofferenza, scelsero di intraprendere una dura via di crescita materiale che è stata all'origine di infinite sofferenze e ingiustizie. Alla fine di questo processo, una volta dominate le belve, inventati modi comodi di vivere, ampliate incredibilmente conoscenze e cultura, il cilicio della dominazione di classe diviene naturalmente inutile e viene quindi abbandonato e l'umanità può riprendere a vivere libera in una forma "più alta" di Eden naturale.
Quello che non tutti hanno colto di Marx e Engels è proprio come nella loro teoria il grande sforzo fosse quello di dimostrare che esistono leggi economiche "meccaniche" (scientificamente misurabili) che hanno predeterminato tutto il percorso umano.
La storia si è sviluppata salendo i gradini del progresso ma questi gradini erano al di sopra della volontà dei singoli.
La nascita degli imperi guerrieri e il loro essere poi spodestati dalla potenza economica dei borghesi erano passaggi obbligati, ineludibili. Così come la fine del capitalismo è scritta nel funzionamento stesso del mercato.
Marx dedica un lavoro enorme alla realizzazione del Capitale proprio perché analizzando il funzionamento del sistema borghese vuole dimostrare che esso contiene il socialismo come una madre gravida contiene il figlio.

Ora, mi chiedo se sia possibile mettere insieme Patch Adams e Carlo Marx.
E magari vedere se non ci sia qualche cosa da salvare anche in quello che hanno detto Gesù e Budda. In fondo Gesù era un po' un comunista... O no?

Di tutto quello che sul tema si è detto negli ultimi 4 mila anni su un punto c'è poco da discutere.
Il dolore c'è e non c'è niente da fare, da capire, da giustificare.
Siamo di fronte a un mistero assoluto. Un mistero nel senso più totale della parola.
Il frate gesuita De Mello in "Chiamati all'amore", testo recentemente (!!!) messo all'indice dalla Chiesa Cattolica, ci parla proprio di questo, scoprendo che tutte le religioni contengono questa visione.
San Tommaso scrisse che Dio è tutto ciò che non si può capire.
E' evidente che una simile frase (Dio è mistero) fa fuori in un colpo qualunque teologia, qualunque rito, irride le favole sull'inferno e il paradiso, l'immacolata concezione e tutto il resto.
Da Mello è stato messo all'indice proprio perché, citando parecchi padri della Chiesa, svela l'esistenza di una concezione "profonda" o se vogliamo colta (nel senso migliore della parola) del cristianesimo come di tutte le religioni.
E' risaputo ad esempio che mentre la dottrina Buddista descrive la teoria del Karma e della reincarnazione, vi sono racconti nei quali il Budda stesso deride quest'idea e a un seguace che gli chiede: "Mi reincarnerò?" risponde: ti ho spiegato che l'universo è un'illusione e che tu non esisti, come vuoi che sia possibile che tu che non esisti ti reincarni in un'altra creatura che non esiste in un universo che non esiste?

E se andiamo a leggere i Vangeli, anche restando in quelli canonici, troviamo che Gesù non ci parla del dolore come purificazione, come scopo dell'esistenza. Non dice "siamo nati per soffrire" e neanche "ognuno deve portare la sua croce".
Gesù compie il miracolo di trasformare l'acqua in vino per dar vita a una festa, resuscita Lazzaro (si oppone al dolore), guarisce i sofferenti, difende le donne che devono essere lapidate, rompe i tabù toccando i lebbrosi, i pazzi e l'anoirissa (intoccabile perché afflitta da mestruazioni ininterrotte).
Insomma il suo insegnamento non ha niente a che vedere con la celebrazione del dolore.

Ma vi è un altro frutto dello sforzo umano di contrastare la disperazione che ci viene dalla tradizione cinese. I colti taoisti tramandarono una concezione del mondo che discende direttamente dalle culture matriarcali.
I taoisti rappresentarono un universo senza divinità personificate, senza comandamenti, leggi divine eccetera.
I taoisti veneravano il segreto dell'universo contenuto nel vuoto (il Tao) che è dentro tutte le cose. Essi credevano in una sorta di legge della natura delle cose. Qualcosa più vicino a una legge scientifica che a un Dio.
Essi avevano fede nel principio creativo dell'universo, nella sua intima ragion d'essere. Lo scopo umano era comprendere la natura (materiale) della legge scientifica e attraverso questa conoscenza pratica scorgere il senso dell'esistenza. L'essere umano che comprende le leggi insite nei semplici fenomeni naturali potrà vivere in armonia con le leggi dell'universo e con la loro profonda positività.
Secondo i Taoisti nell'universo non vi è nessuna intenzione di far soffrire gli esseri umani. Il dolore nasce dal rifiuto dell'accettazione della reale natura dell'universo.
Ma non c'è modo di evitare il dolore...
Questo concetto è illustrato da un aneddoto sulla vita del grande Tanzan, monaco buddista giapponese famoso per la sua ribellione a tutte le imposizioni religiose, i dogmi e i comandamenti. Tanzan fa parte di quella scuola Buddista che ha adottato l'essenza della cultura taoista. In effetti anche presso i Buddisti non esiste un Dio. Nel buddismo sopravvivono divinità e ritualità delle religioni precedenti (induismo, culti sciamanici tibetani, culto cinese degli antenati eccetera) ma l'essenza del buddismo ha punti di contatto con la concezione taoista anche se non conosce lo stesso atteggiamento scientifico.
C'è molta somiglianza tra alcune correnti buddiste che parlano dello Zen (che è anch'esso il nulla che origina tutto e da vita a tutto) e il Tao tanto che non sembrano distinguibili.
E se guardiamo bene, lo Zen e il Tao hanno punti di contatto con il Dio/mistero di De Mello e di San Tommaso D'Aquino.
Tornando a Tanzan, si racconta che, contravvenendo agli obblighi di un monaco, avesse moglie, sette figli e un'azienda agricola.
Uno dei suoi figli morì e Tanzan restò sconvolto di dolore. Allora un allievo gli si avvicinò e chiese: "Ci insegni che tutto è illusione. Perché ora piangi?"
E Tanzan rispose: "Tutto è illusione ma questa è una grande illusione."
Egli cioè sapeva che l'idea dell'illusorietà del mondo è un grande strumento per liberarsi dal pensiero meccanico ma non ha senso come strumento per fuggire i grandi dolori della vita. Rinunciare a soffrire, censurare il dolore, significherebbe rinunciare alla propria umanità.

Ecco che mettendo insieme questi pezzi sparsi si può immaginare una concezione del modo di affrontare il dolore che sia in qualche modo "naturale".

Il mistero si nasconde dentro il dolore e la mente non può comprendere.
Ma Dio, il Tao, le leggi dell'universo, la Grande Madre, ci hanno lasciato una scappatoia. Imparare a guardare il dolore, guardare l'impossibile orrore, la sua ingiustizia e lasciare che questo ci travolga. Non c'è modo di limitare questa esperienza. Non c'è modo di far finta di non vedere.

Ho iniziato a scrivere questo articolo mosso da una profonda tristezza.
E ora mi sembra di essere arrivato a un punto. Di aver rovesciato il mio stato trovando la conclusione di questo ragionamento come fosse la soluzione di un'espressione matematica. Il riuscirci lenisce il mio sconcerto. E mi sembra confermare la tesi che mi si è fatta chiara nella mente. Mi sembra di aver acchiappato il pensiero che mi sfuggiva, di averlo costretto a mostrarsi in una catena di parole.
Ma non per questo credo di aver sedato realmente qualche cosa. So che domani, o stasera, risperimenterò quella vertigine impietosa e smarrirò qualunque senso di qualunque discorso.
Ma forse poi, ancora una volta, riuscirò a trovare la forza di scrivere, di condividere.
Non c'è un punto di fine del problema.
I grandi dolori non conoscono momenti risolutivi. Nei mesi negli anni tornano ad attanagliarti. E' facile far fronte ai primi giorni dopo il disastro. Ti aiuta lo shock subìto, il totale sconvolgimento.
Poi lentamente arriva la consapevolezza.
L'hanno proprio ammazzato. Proprio sotto casa. E sua moglie proprio non riesce a farsene una ragione. E come potrebbe? Come si può accettare, rendere possibile ai nostri occhi?
Forse domani, in un mondo migliore sarà un poco più facile. Quando l'insieme della società smetterà di remare contro, di celebrare il dolore come missione, di confortare le famiglie in lutto con la retorica del paradiso, dell'onore, del pensiero positivo, della formuletta facile che spiega e dà un posto a tutte le cose.
Forse, in un mondo migliore veramente, faremo dei funerali che festeggiano la vita di una persona invece di piangerne la fine.
Forse ci saranno ancora uomini in divisa che muoiono per la patria. No, non ci saranno più guerre ma capiterà magari un incidente, un incendio, e un carabiniere perderà la vita per salvare quella di un bambino. E non so cosa potrà fare il Presidente della Repubblica di un mondo migliore... Magari consegnerà lo stesso una medaglia alla vedova ma forse i soldati non staranno sull'attenti, non staranno lì impettiti e seri a celebrare il martirio. Forse uno per uno andranno ad abbracciare quella donna che piange.
Forse interi eserciti saranno mobilitati per recarsi, vestiti da claun a consolare quella vedova e far giocare i suoi figli.
Allora soffrire e guardare il dolore non sarà meno terribile. Ma almeno sarà chiaro a tutti che il dolore non ha senso, non contiene qualità. Ma gli altri aiuteranno, condivideranno quella terribile vertigine e poi cercheranno di inventare qualche cosa che sciolga la tristezza e innalzi lo spirito.
E quei nostri pronipoti si chiederanno: "Ma come avranno fatto, una volta, a soffrire così da soli, a soffrire il peso del macigno dell'esaltazione del dolore, della solitudine davanti all'ingiustizia..."

Da tutta questa storia di lutto e sangue ho ricavato una convinzione assoluta. In tutta la disgrazia possiamo dirci veramente fortunati perché abbiamo avuto intorno a noi tantissime persone che ci hanno fatto coraggio, tantissimi abbracci, tantissimi sforzi per alleggerire con scherzi e battute.
Ecco, se devo fare un bilancio di tutto il lavoro fatto in vita mia per "cambiare le cose" e mettere da una parte tutte le delusioni, le maialate e i colpi che abbiamo subito e dall'altra questo tesoro di essere in mezzo a un gruppo di amici che hanno cambiato la loro visione del dolore, credo che questo fatto da solo valga tutte le "tasse" pagate. Abbondantemente.
Anche solo il privilegio di poter scrivere questo sfogo e questa riflessione sapendo che ci saranno persone che lo condivideranno mi sembra eccezionale e impagabile. E sinceramente provo una grande pena per tutti coloro che non "possiedono" niente di simile. Persone che soffrono per disastri magari anche più orribili e affrontano il dolore in totale solitudine. Nessuna miseria materiale può essere paragonabile a questa miseria dell'anima.
E ancora più pena provo per chi vive il dolore per una violenza subita prigioniero dei miti della vendetta. E non parlo per sentito dire.
Quando presero mia madre e la seviziarono, e la riportarono a casa in stato di shock, coperta di lividi, lamettate e scottature io ero un giovane comunista italiano che aveva visto troppi film western.
Avevo diciassette anni e volevo essere un uomo vero.
Ci misi due anni ad arrivare a capire che anche se avessi ucciso i colpevoli non avrei risolto niente. Ci misi molti più anni a capire che se li avessi avuti davanti non li avrei uccisi.
Per un lungo, lunghissimo tempo, mentre con la mia unità comunista combattente progettavamo la rivoluzione, nella mia testa c'era in realtà solo un "TATATATATA" ossessivo. E una sola immagine: io che sparavo su quei disgraziati.
E quella mitraglietta era in grado a ogni colpo di farmi sperimentare un livello di dolore annichilente e senza speranza, senza riscatto.
La mia più grande paura era che i fratelli di Eleonora cadessero in quello stesso incubo.
Scoprire che nel clan Albanese nessuno desiderava la morte dei colpevoli e neanche era interessato alla loro punizione (al di là della necessità di impedire che colpissero nuovi crimini) mi ha dato il segno dei tempi. Le cose cambiano più rapidamente e in modo più capillare di quanto si creda.

Quel che ho scritto in queste pagine è stato certamente già scritto migliaia di volte e ancora dovrà essere ripetuto per molto tempo ancora. Ma lentamente la nuova cultura si sta facendo strada al di là delle differenze ideologiche e di fede, tra gli esseri umani di buona volontà.
Sono idee dure a capire e ancor più dure da digerire.
Chissà come reagirei veramente se avessi tra le mani i torturatori di mia madre belli legati, una pistola e la certezza di restare impunito.
Credo che mi prenderebbe la vertigine.
E dovrei pensare a lungo per decidere di non tirare il grilletto. Sparando prima alle ginocchia e poi alla testa.
Non so niente della vera natura del mio dolore e della rabbia che non sono riuscito a trasformare, a mutare in sogno positivo.
Non è facile e veloce come dirlo.
Questi sono i miei incubi e non me li toglie nessuno.
E ringrazio Dio, il Tao o chi per lui per avermi dato la possibilità di scriverli.
Anche se non capisco e non posso accettare che questo sia il prezzo da pagare per vedere la magnificenza dei tramonti sul mare.

Jacopo Fo


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A cura di:
La redazione