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20 Giugno 2004 - Il Cacao della domenica
ARGONAUTI NELLA NOOSFERA di Dario Fo


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ARGONAUTI NELLA NOOSFERA
di DARIO FO

Argonauti. Pochi lo sanno, ma gli Argonauti sono tuttora famosissimi nel Mediterraneo, soprattutto sulle nostre coste, da Ravenna a Rimini e piu' giu' fino a Pescara.
Da che cosa traiamo la testimonianza di questa memoria? Dai pescatori, prima di tutto, dal particolare che ancora oggi sulle proprie barche, ai lati della prua, essi continuano a dipingere due grandi occhi. Chissa' quante volte li avrete visti. Sono esattamente gli stessi occhi con cui i mitici elleni decoravano le prore delle proprie navi. Sappiamo dalle pitture vascolari del IV e V secolo che la famosa nave degli Argonauti, Argo appunto, mostrava questi stessi grandi occhi colorati.
C'e' poi un particolare che pochi conoscono: la presenza, sulle vecchie barche romagnole e marchigiane del "pelliccione". Il pelliccione o "pellicion" non e' altro che il vello d'oro. I marinai e i pescatori pongono infatti, sporgente dal triangolo di prua delle proprie imbarcazioni, un torcolo di legno scolpito in modo da assomigliare al vello di un ovino, spesso dorato. Ne esiste un esempio straordinario al Museo Marinaro di Cesenatico: una vera e propria scultura, che risale a solo settanta anni fa, insieme ad altre molto piu' antiche.
Se poi chiedete ai vecchi marinai il significato di quei grandi occhi vi diranno che e' antica credenza che, grazie a quelle tonde orbite, si riesca a vedere oltre l'orizzonte, attraverso le nebbie piu' fitte e nel buio della notte piu' fondo. In poche parole, sfondano l'ignoto e il suo mistero, ma soprattutto quegli occhi, uniti alla scultura che imita il vello di un ariete, avevano lo scopo di far terrore e di scacciare i "mala sort" e i "masa cor", cioe' tutte le forze negative del mare, compresi mostruosi serpenti, mitici draghi e terribili orche assassine. Qualcuno fra i piu' informati aggiungera' che quei segni servivano quindi a ingannare ogni mostro e a fargli credere che la propria barca fosse governata da una ciurma di mezzi dei o super uomini dotati di poteri magici e di una forza che tutto travolge. Essi non sanno di riferirsi agli Argonauti e ben pochi hanno conoscenza del mitico viaggio degli elleni per la conquista del vello d'oro, ma quegli occhi dipinti e quei torcoli di legno a vello scolpiti sono le testimonianze di quanto ancora fosse profonda e importante sulle nostre coste la memoria di un'impresa della quale si narrava prima che si cantasse dell'Iliade e dell'Odissea.
Infatti mi e' capitato, dialogando con un folto gruppo di anziani pescatori e marinai, di raccontare loro del mito di questa spedizione che vedeva uniti insieme i piu' grandi eroi della Grecia, perfino Ercole, i Doiscuri, Giasone ed Orfeo. Come bambini dinanzi a una favola della quale hanno perduto il "come va a finire", mi hanno pregato di narrare la storia del vello d'oro senza tralasciare il piu' piccolo particolare. Cosi' ho ripreso la "conta": "Voi avete in mente la ragione che ha spinto quella ciurma di Padreterni a mettersi in quel viaggio tanto azzardato? Forse per scoprire nuove terre o civilta' nascoste? No, la spedizione degli Argonauti e' stata una semplice operazione di pirateria. Si e' trattato di rapire il vello splendente d'oro di un ariete alato, dono di Mercurio e custodito da un drago sulle coste del Mar Nero. Un "pelliccione dorato" che ha la facolta' di scatenare tempeste di fuoco contro ogni aggressore e che possiede la virtu' del condurre sulla giusta via i naviganti, facendo sempre trovar loro la rotta del mare tranquillo e sereno. Ma il prezioso capo di pellicceria, dono di Mercurio, dio imprevedibile e burlone, ha anche il potere di proiettare in una specie di viaggio infinito i fortunati possessori. Infatti gli Argonauti, ai quali si e' aggiunta nel frattempo Medea, splendida figlia di re, che per amore di Giasone tradisce il padre e provoca la morte del fratello, appena giunti in possesso del pelliccione d'oro si ritrovano travolti da continue e imprevedibili situazioni che li spingono a navigare lungo l'estuario del Danubio, risalendolo controcorrente per mesi e mesi, per raggiungere l'Austria e piu' in su la Germania per poi scendere nuovamente attraversando la Svizzera. Qui si ritrovano di fronte ad una catena impervia di montagne: le Alpi. Per non abbandonare la mitica Argo, devono inventare un nuovo mezzo di locomozione: una nave dotata di grandi ruote che trascinano per valli e che portano fino al passo, oggi chiamato del Gottardo. Quindi rotolano fino al Ticino, navigano sul lago Maggiore, imboccano di nuovo il Ticino e raggiungono il Po, dove la corrente fa loro guadagnare un navigare tranquillo fino alla foce. Finalmente gli Argonauti sboccano di nuovo sull'Adriatico e riprendono fiato approdando fra Comacchio e l'antica Ravenna. In questa prima parte del viaggio Medea ha il tempo di dare alla luce ben tre figli... gravidanze facili le sue!
Quando finalmente la nave Argo approda sulle coste elleniche gli Argonauti si rendono conto che al termine di quell'avventura non portano con se solo il prezioso e magico vello d'oro, ma ognuno ha acquisito doni piu' grandi come la coscienza dell'essere e la conoscenza dell'ignoto. Le avventure e le continue peripezie li hanno forzatamente coinvolti in situazioni imprevedibili, proiettandoli in mondi sconosciuti e a contatto con civilta' ignote, dai costumi e dalle idee spesso diverse, se non addirittura opposte alle loro.
Ed e' qui, che accettare di mettere in campo le proprie certezze e confrontarle in quelle di altri uomini fu senz'altro la vera, straordinaria dimostrazione di spregiudicata intelligenza degli Argonauti e lo e' ancora oggi per tutti gli altri navigatori che decidono di uscire dalla rotta stabilita dalla convenienza e dalle consuetudini per rischiare di sballare, buttare a mare, le proprie convinzioni ormai ben ancorate nel calmo golfo dell'inamovibile buonsenso.

Dario Fo


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La redazione