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| La
Città Verde
di Jacopo Fo |
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Nel
1978 avevo 23 anni, vivevo a Roma e lavoravo al "Male"
che era un settimanale satirico di grande successo. Mi ero
innamorato follemente di una ragazza che girava con un poncio
a strisce rosse e arancioni e una bombetta marrone in testa.
All'inizio del '79 mi trasferii con lei in Umbria, sulle colline
tra i boschi. La linea era: due cuori e una capanna.
Fu un'estate meravigliosa.
A ottobre lei mi lasciò per un conte e io mi resi conto che
nella casa, che nel frattempo avevo comprato, non c'era il
riscaldamento, ci pioveva dentro e le finestre avevano degli
spifferi tipo tunnel del vento. Fu un inverno molto gelido
quello del '79. Uno che ha sempre vissuto circondato dai caloriferi
ha difficoltà a capire quanto si possa avere freddo senza.
Di giorno lavoravo con
alcuni amici a togliere l'intonaco marcio dalle pareti. scalfendo
il terriccio tra pietra e pietra, alla sera mi infilavo un
secondo cappotto e mi mettevo a letto. Dormivo sopra un materasso
umido e due dita di terriccio. Ed ero anche depresso per via
che lei mi aveva lasciato. Nell'estate del '79 la mia casa
diventò una comune hippy. C'erano intellettuali milanesi,
disegnatori romani, ex rapinatori di Bergamo, tossicomani
che si disintossicavano, ecologisti svizzeri, spiantati iugoslavi
e dodici mucche, di proprietà dei miei coinquilini. Gliele
aveva regalate il conte con cui la mia ragazza era fuggita.
Una specie di risarcimento trasversale. All'inizio del 1981
scappai in Francia perché ero convinto che la polizia mi desse
la caccia. Avevano arrestato un centinaio di miei ex compagni
dell'Autonomia Operaia e il mio nome era su tutti i giornali.
Dopo un mese, visto che
nessuno mi era venuto a cercare, tornai in Umbria. Avevo due
capi di imputazione ma non c'era mandato di cattura (alla
fine fui assolto perché le accuse non stavano in piedi, ma
questa é un'altra storia). Quando uno dei miei coinquilini
saltò sul tavolo sguainando la roncola per fare una strage,
capii che forse volevo starmene da solo per un po'.
Dall'autunno all'estate
del 1981 restai solo. Era un po' dura, impastavo piadine,
cucinavo minestroni col riso integrale, piantavo alberi da
frutta e stavo per ore seduto nel bosco. Per la prima volta
in vita mia ogni tanto mi sentivo tranquillo.
In primavera venni a sapere
che il padrone di casa voleva far tagliare 400. 000 metri
quadri di bosco che circondavano la mia casa. Ero disperato
ma non avevo i soldi per comprarli. Nel frattempo mio padre
mi disse che voleva aprire una scuola di teatro. Boschi e
teatro non c'entravano un granché ma io sostenni che una buona
scuola di teatro funziona meglio se intorno ci sono delle
querce secolari. I miei genitori accettarono l'idea. Sospetto
che mi abbiano assecondato perché pensavano che fossi matto
e che magari, dovendomi occupare di qualche cosa di più pratico
che fare vignettine per il "Male" , forse sarei
rinsavito.
In effetti credo che avessero
ragione. Giravo coi sandali e i piedi sporchi, avevo la barba
e i capelli lunghi e pieni di nodi, guardavo gli olivi contorti
e mi mettevo a piangere sentendo quanto avessero sofferto.
Facevo meditazione ed
ero in preda a una botta mistica solitaria. Esploravo quel
territorio che sta al di là della normale percezione del mondo.
Non sapevo cosa stessi cercando e comunque non la trovavo.
Iniziarono i preparativi
febbrili, nell'estate del 1982 volevamo iniziare i corsi estivi
della Libera Università di Alcatraz. Nel gruppo di
gestione iniziale c'erano commercianti ambulanti, fotomodelle,
veterinari, agricoltori biologici e artisti di vario tipo.
Dopo un paio di mesi di discussione decidemmo la data di inizio
dei lavori. La mattina del giorno fissato non si fece vedere
nessuno. Così capii che forse non erano molto convinti.
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