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La Città Verde

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Comunque fu un'estate meravigliosa. Credo che chiunque sia passato di lì in quei due mesi ne conservi un ricordo entusiastico. Tutti eccetto mio papà e mia mamma che erano imbestialiti perché i parametri hippies di efficienza erano un pò bassi per loro, che sono sempre stati leninisti duri. Le lezioni si tenevano per lo più sui prati perché non avevamo aule. Avevamo però un piccolo tendone da circo giallo e rosso. Si insegnava teatro, fumetto, ginnastica isometrica, scrittura creativa, giornalismo. C'erano Angese, Cinzia Leone, Stefano Benni, Dacia Maraini. Pazienza, Vincino, Munoz, Liberatore. Una situazione che definire intellettualmente sollecitante é poco.

Avevamo anche abbandonato la cucina vegetariana. Era successo il settimo giorno. Mio padre non ne poteva più di riso e germogli di soia ed era andato a comperare dieci polli arrosto nel paese più vicino, Casa del Diavolo (si chiama proprio così). Li aveva messi in tavola senza neanche scartarli ed erano stati divorati a mani nude. In cucina arrivò una cuoca vera, una signora del posto, e la qualità delle pietanze aveva avuto un'impennata. Alla fine dell'estate ero molto soddisfatto e pieno di debiti. Mi misi a riorganizzare tutto sicuro che l'anno dopo avremmo pareggiato. Nel frattempo avevo comprato altri 390. 000 metri quadrati di boschi, ancora una volta per impedirne il taglio.

L'estate del 1983 fu ancora più grandiosa. Aggiungemmo al programma corsi di ceramica e kendo. Alla fine dell'estate avevo preso tante di quelle botte frequentando lezioni di kendo ed ero talmente indebitato che mi ammmalai e restai a letto due mesi. Non mi reggevo in piedi. Forse aveva influito anche il fatto che non è che puoi prendere un disegnatore di sinistra e metterlo a trasportare sacchi di cemento da 50 kg. Se lo fai il disegnatore si rompe. Per certa roba serve un minimo di preparazione graduale.

I corsi continuarono fino al 1985 quando ci fu il terremoto e dovemmo riparare in fretta e furia le tre case che allora costituivano Alcatraz. Fu in quell'autunno che mi resi conto che non potevo continuare così. Avevo sperato in un finanziamento pubblico che la Regione mi aveva promesso e così avevamo abbassato i prezzi, poi i soldi non erano arrivati e le banche ci avevano negato altri prestiti. E la mia famiglia non intendeva metterci più una lira. Praticamente mi erao già speso quello che mi avrebbero dovutop lasciare in eredità, compresi i soldi ricevuti da mio nonno quando era morto.

Così nel 1986 non ci furono più corsi. Iniziammo a lavorare con le vacanze estive per bambini e le gite scolastiche. Avavo comprato sei cavalli agricoli bassi e grassi che mi avevano preso a calci e morsi per mesi. Alla fine si erano commossi ed erano diventati docilissimi. I bambini erano entusiasti delle lezioni di equitazione. Avevamo anche costruito una piscina, una stalla e dieci bungalow. Insomma non è che l'attività andasse male, ma continuando a migliorare le strutture, costruire nuovi pezzi e comperare altri boschi che sennò sarebbero stati abbattuti, era difficile pagare i debiti. E poi via via che si cresceva bisognava affrontare tutto il problema delle regolarizzazioni burocratiche, dei permessi sanitari, le autorizzazioni commerciali dei bilanci, dell'IVA, e così via. Un calvario che, altrettanto, iniziò a richiedere l'intervento di un drappello di avvocati, fiscalisti, geometri, periti. Fino a quel momento tutto era andato avanti in modo avventuroso, seguendo una spinta irrefrenabile alla quale ubbidivo ciecamente ottimista. Ero convinto che sarebbe stato sufficiente andare avanti a camminare e che prima o poi i ldeserto sarebbe finito e avrei trovato l'acqua. Immaginavo Alcatraz come un'abbazia medievale hippie, marxista, dedita allo zen e all'arte. Era un sogno troppo bello per non realizzarsi nonostante tutte le difficoltà. Mi tagliai barba e capelli, mi misi la giacca buona e le scarpe pulite e iniziai a girare studi di professionisti, assessori, tecnici comunali e direttori di banca. Avevo un'agenda piena di appuntamenti, continuavo a lavorare una media di dieci ore al giorno e non avevo una lira.

Poi mi dissero che stavano per tagliare tutto il bosco sulla collina davanti ad Alcatraz. Praticamente addio panorama. Proposi su "Cacao" una sottoscrizione. Arrivarono ventimila lire. Comprai uno spazio su 'il manifesto' proponendo di comprare tre ettari di terra, con posibilità di costruire una casetta. Arrivarono 260 lettere che chiedevano informazioni. Nel frattempo cambiò il piano regolatore del comune e tutto il progetto andò in fumo. Alla fine convinsi i miei a vender una casa che avevamo a Milano e comprammo altri 270 ettari di terra con sopra sette ruderi, coi tetti e i pavimenti sfondati. Un vero affare a lungo termine. Al momento una follia. Per fortuna i miei sono sempre stati un pò matti e poi dopo dieci anni di sforzi anche loro iniziavano a intravedere che ne valeva la pena. Alcatraz ospitava ogni anno duemila ragazzi, gruppi di handicappati, cosrsi di comicoterapia, massaggi, e ginnastica isometrica. Insomma una cosa buona. E così tramutai in boschi un'altra fetta del patrimonio di famiglia. Ero convinto che, alle brutte avrei potuto rivendere tutto nel giro di un paio d'anni. L'anno dopo ci fu il crollo del mercato immobiliare. Nel 1991 avevo fatto altri debiti per rifare riscaldamenti, impianti elettrici e mettere tutto a norma CEE. Ero in preda a una profonda depressione perché la stagione, ancora una volta, non era andata come speravo.

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